A Bagan, la sera non c’è molto da fare. Dopo aver visto il tramonto, si mangia un abbondante piatto di riso fritto con pollo, si beve qualche birra in ostello con i propri compagni di viaggio raccontandosi le proprie esperienze e si va a letto presto perché la mattina seguente, alle 5, inizia lo spettacolo più bello che questo paesino nel mezzo del Myanmar possa offrire. Si perché l’alba a Bagan è un momento sacro. Sarà per la unicità del momento, o la spiritualità del luogo, ma questo paese è più vivo che mai al sorgere del sole.
Infatti, il cellulare la mattina dopo inizia a squillare davvero presto. Io e Lele sgusciamo via dalla camera e ci dirigiamo verso i nostri motorini. Lele è un altro di quei vagabondi d’Asia, in giro per questo continente da chissà quanto tempo. Italiano, di fuori Milano, l’ho conosciuto alla stazione dei bus di Bagan appena arrivato.
Al noleggio di motorini ci raggiunge Don, un signore irlandese sulla sessantina che più che un vagabondo d’Asia è un vagabondo vero e proprio. Ha viaggiato per tutto il mondo, e nonostante la sua età è super in forma, sia fisicamente sia di testa. Infatti è un piacere viaggiare con lui, sembra di stare con un venticinquenne che però ha vissuto esperienze per sessant’anni.
Saliamo in sella ai nostri motorini elettrici e ci avviamo nella valle appena fuori Bagan. Una valle invasa da più di 3000 luoghi sacri, tra pagode, templi e stupe.
Noi decidiamo di andare ad un tempio poco conosciuto, ma abbastanza alto per poter vedere con perfezione il panorama.
Arriviamo a Shwe Gu Gye Phaya che ancora il cielo non ha iniziato a schiarirsi, saliamo sulle terrazze e si vede quasi tutta la valle, ma soprattutto siamo soli,
Dopo una decina di minuti ci raggiungono Jordan e Alvie. Lei londinese, lui di una minuscola cittadina della Svezia. Nel frattempo il cielo inizia ad illuminarsi, sebbene il sole sia ancora sotto il lontano orizzonte.
Ma basta aspettare ancora qualche minuto per vederlo comparire in tutta la sua bellezza.
Nel cielo non c’è una nuvola, e questo aumenta ancora di più la percezione di vastità, con questa infinità di templi illuminati e circondati da questo silenzio surreale.
Poi succede, quel che speravamo tutti che succedesse, ma che per scaramanzia nessuno ha detto.
Da nord iniziano ad apparire le mongolfiere che portano i turisti (quelli più ricchi, 200 dollari per una attraversata) a vedere la valle dall’alto.
Ne compare una, poi due, poi tre, e sembrano comparire come il polline nelle prime giornate di primavera. Alla fine ne contiamo più di una dozzina, meravigliose nel loro fluttuare.
Ci passano proprio sopra, con i turisti che ci salutano dall’alto delle loro finanze.
Tutto il momento passa con una velocità incredibile, proprio come quando stai facendo qualcosa che ti fa star bene, e la lancetta dell’orologio mette il turbo.
Infatti il caldo ci sta già facendo togliere sciarpe e felpe scaldandoci la pelle e facendoci sudare.
Decidiamo di risalire sui nostri bolidi e tornare verso l’ostello per la colazione.
La sabbia dietro di noi si alza, i monaci camminano per le strade per raccogliere offerte, mentre i bambini sorridenti sono già fuori dalle case pronti a giocare con te a palla.
Tutti piccoli segnali che fanno capire che il Myanmar si è svegliato.
Credits to: Zay Yar Lin, Bardo Opessi


